Recensioni

Recensioni

di Orietta Bay

C’è un approccio garbato ma intenso e intimistico in quest’opera realizzata da Rosella Centanni che con attenzione e sensibilità è riuscita a costruire un progetto narrativo concettuale coinvolgente.
Partendo dalla descrizione della realtà quotidiana delle sue n(u)ove amiche ci consegna uno spaccato della loro vita, ce le racconta per valorizzarle. Un elogio però che sottende anche, come scopo portante, il desiderio di sollecitare la nostra riflessione su l’attualità e porre l’attenzione sulla condizione dell’altra metà del cielo in una società, la nostra, dai cambiamenti repentini e radicali.
Attraverso una struttura compositiva ben organizzata, un polittico di quattro foto, che mantiene inalterata per tutte e n(u)ove le protagoniste, ci introduce nei loro salotti. Lei stessa li definisce: “luogo aperto della casa, in cui si riceve, ci si ascolta e ci si confronta e, nello stesso tempo, luogo in cui ci si rilassa e si sta con se stessi. Il nido in cui si è soli, ma non ci si sente soli”, creando la condizione perfetta per l’apertura al dialogo e alla confidenza.

Solo attraverso la forza del rapporto che l’autrice è riuscita a creare si sono potuti realizzare dei ritratti così significativi e intriganti.
Nello scorrere dei quadri ci troviamo di fronte ogni volta ad una donna che sentiamo speciale. Sappiamo che hanno in comune oltre all’amicizia, la condizione di single. Ma questa è solo un’informazione. Quello che ci rimandano le fotografie è più profondo, essenziale. Si attesta all’interno, nella personalità, nel vero modo di essere che ognuna consegna, con forza e generosità, all’obiettivo indagatore di Rosella.
Oltre i sorrisi, nei gesti eleganti e misurati l’autrice sa scegliere i particolari che ci fanno avvertire in modo tangibile le diversità dei percorsi che hanno affrontato per raggiungere la propria individualità.
Sono donne che hanno voluto e trovato equilibrio e piena realizzazione.
Vivono in case accoglienti, sono belle, curate, eleganti. Ci raccontano di quella bellezza che va oltre, che è data dalla consapevolezza del proprio valore.
Le sentiamo serene e sicure, appagate dai risultati ottenuti, perseguiti con determinazione e perseveranza grazie alla forza dei loro ideali. Un guardare avanti con coraggio e desiderio di trovare, magari dietro l’angolo, lo speciale della vita. Reinventandosi sempre e cercando stimoli nuovi per continuare a farlo.
Troppe volte la società impone alle donne freni o blocchi che le confinano in ruoli già definiti senza considerarne a fondo i veri bisogni. Loro sono riuscite a saltare gli ostacoli, a superarli. Li hanno abbattuti. Esempio per dirci di non perdere mai di vista la ricerca della felicità, del proprio posto al sole. E mentre dai loro divani ci sorridono in modo tranquillo, alcune un poco enigmaticamente, all’unisono pare ci dicano che solo stando bene con se stessi si può star bene e dar gioia agli altri.

di Don Luca Bottegoni

Fa piacere che l’alba del cammino di una donna, professionista e poetessa nello scatto, giunga nel nostro Museo Diocesano, che raccoglie l’impressione visiva di millenni di storia di fede. Il cammino verso la rinascita della nostra prolifica artista passa attraverso una luce da cui si staglia la forma di un crocifisso che, sconfitta la morte, è pura ed energetica fisicità, movimento, tensione verso l’alto, estensione estrema. Nelle pieghe e nelle piaghe della storia e della nostra storia c’è una luce, un motivo, una ragione, una speranza, che nulla annulla per tutto riassumere in un centro di senso che è anche fortemente sensoriale. L’impressione dello scatto che apparentemente dovrebbe fissare l’attimo, immortalandone le forme e il gioco di luci ed ombre, ci restituisce un effetto tutt’altro che statico, col quale ogni osservatore tocca la perennità di un messaggio che la nostra autrice ha saputo così ben tratteggiare: “Cammino lento su un filare di nebbia. E arriva l’alba”.
Rinnovo la gratitudine alla Maestra Rosella Centanni per averci pensato e immaginato nel voler consegnare al pubblico più vasto questo racconto di sé, attraverso uno scatto artistico e spirituale al tempo stesso, un nuovo giorno verso il giorno che mai tramonta: il Cristo alfa e omega della storia.

di Anna Ornella Dell’Acqua

Piccoli capolavori intrisi di magia e intensità emotiva per raccontare, in questo caso, un percorso intimo e spirituale. Rosella Centanni continua a esplorare con la fotografia gli aspetti della vita, senza esitazione né censura, passando dai ricordi dell’infanzia al tema della guerra, dal mondo fantastico, popolato da fate e gnomi, alla solitudine, dalla sofferenza alla rinascita, dall’insonnia alla luce.
Il cammino di Rosella è un andare incontro alla vita cercando di non perdere il senso del percorso, analizzandone ogni tappa, mettendo in contatto il sé con tutto ciò che incontra. Per lei non esiste una meta: non è il dove sta andando ma il come.
Il suo spirito irrequieto e la sua grande energia la portano a spingersi oltre il semplice vedere, oltre la pellicola fotografica. Lei vuole entrare nelle cose, capirne il significato, sentirlo sulla sua pelle, e solo allora è pronta a raccontarcelo. E lo fa attraverso le immagini.
In questo caso utilizza il linguaggio del distacco (Emulsion Lift) che, come ha sottolineato qualche anno fa il Maestro Roberto Salbitani, ‹‹Se è vero che il termine [distacco] indica il separarsi dell’emulsione sensibile dal supporto d’origine, attuato da manipolazioni abili, delicatamente controllate, non va certo inteso metaforicamente, dato che queste immagini non ci rimandano a delle separazioni ma piuttosto a delle unioni in atto››.
I distacchi, a lei particolarmente congeniali, vengono qui accostati a versi che Rosella scrive per accompagnare l’osservatore ad entrare ancora più in profondità in questo viaggio introspettivo.

di Antonio Luccarini

Non si trova più in queste ultime produzioni fotografiche l’incanto trasognato delle prime prove quando l’occhio di Rosella Centanni si apriva al mondo per catturare magie di colori e luce alla ricerca dell’inedito, del paesaggio fiabesco, dello spazio sorprendente evocatore di racconti lontani, di vicende intuite e di storie appena formulate.

Calore ed empatia erano comunque presenti al di là delle ricercatezze formali e queste doti sono restate in tutti questi anni.
La direzione è cambiata: la prassi poetica rivela che l’occhio di Rosella può permettersi di trascurare le linee inessenziali, gli elementi esornativi, le dinamiche della luce e delle forme, il dialogo delle tinte, perché predominante risulta, invece, il voler superare la facciata delle cose.
Ciò che appare, può appagare l’occhio ma non basta alla coscienza, ciò che appare nell’immediato al dato percettivo nasconde segreti che devono essere colti se non svelati, condivisi se non chiariti. L’idea di fondo è quella antica della filosofia che vede il fenomeno della verità come elemento nascosto da trovare attraverso l’indagine, attraverso percorsi magari non collaudati o facili.
È l’oltre, la parola che dice l’avventura nuova che lo sguardo di Rosella Centanni vuol vivere fino in fondo. Facciata, schermo, sipario, finzione scenografica, tutta la realtà incontrata dall’esperienza comune sembra alludere a qualcosa che c’è dietro e che occorre riportare in primo piano per ottenere, appunto, una rivelazione.
Forse la teatralità del vivere ha fatto scattare nella coscienza della nostra fotografa l’idea che coloro che praticano l’arte e che devono comunque allestire una messa in scena, mostrano al pubblico una parte complessa, un contenuto profondo che viene da loro, ma che è capace di giungere al cuore degli altri, pur non esaurendo l’interezza delle loro personalità.
E stavolta Rosella cerca la verità, quella più intima, quella più segreta, quella che fonde la ricchezza dei vissuti con la poliedricità dei talenti , nei volti stessi delle personalità creative: scrittori, pittori, attori, poeti, fotografi. Ecco allora intensissimi primi piani trattati come brani di paesaggio che devono insieme mostrare natura e fisicità ma anche sogni e desideri, malinconie e entusiasmi, voli frenati e voli immaginati, riflessioni e amarezze, slanci e accorate richieste d’amore e d’ascolto. E questa volta quell’empatia che aveva guidato i suoi primi scatti riesce a riportarci sentimenti puri, non documentazioni psicologiche, non fredde sintesi di personalità, ma lo sfondo vivo di quel tesoro emozionale a cui attingono gli artisti quando si mettono al lavoro e che non si esaurisce mai nell’opera ma che è fonte perenne al loro interno e si rivela all’occhio di chi sa guardare.

di Roberto Salbitani

Chi ha seguito negli ultimi anni l’intensa attività fotografica di Rosella Centanni potrebbe stupirsi davanti a queste immagini che oggi ci offre. Ma la meraviglia riguarderebbe soprattutto la nuova veste finora mai utilizzata, questi “distacchi” appunto, che mutano il ritmo del discorso visivo a cui la fotografa anconetana ci aveva abituati.
A ben vedere, però, e mettendo per un attimo da parte la novità formale, Rosella non ha mai disdegnato l’esplorazione di nuovi terreni espressivi in sintonia con l’affacciarsi di nuove istanze all’interno della sua vita. Non si è mai trattato di semplice fascinazione del nuovo per il nuovo: Rosella è donna dalle forti passioni e abbiamo spesso notato in passato che non è mai esistito per lei l’hobby domenicale, a testimonianza del fatto che il raggio del suo utilizzo del mezzo fotografico si è espanso nel corso degli anni mano a mano che le sue necessità espressive incrociavano nuovi stimoli culturali e le sue conoscenze tecniche crescevano. Il punto è un altro e riguarda il suo percorso espressivo nel suo insieme. Quello che si è precisato nel corso di questi ultimi anni è in realtà un vero e proprio tragitto di emancipazione dagli iniziali esordi nelle associazioni amatoriali – certamente importanti per il suo apprendistato ma spesso insoddisfacenti se rapportati alla sua personalità fluida e antitecnicistica, piuttosto individualistica e libera dai lacci corporativi – fino ad arrivare a trovare, e non senza titubanze e disillusioni, una sua particolare via alla fotografia. […]

Una nuova luce autoriflettente è venuta a rischiarare degli angoli bui, ad illuminare delle zone non del tutto permesse ad una donna matura dalla convenzione sociale. In questo senso è difficile ricordarsi di un lavoro più ebbro di luce e di dolce sensualità cromatica, un universo di piccole intimità dove sono bandite le ombre. C’è molto di liberatorio in queste piccole carezze rivolte a sé stessa e ne immaginiamo l’effetto terapeutico, come pure immaginiamo che i saccenti della critica fotografica guarderanno queste operette dall’alto in basso, con il dovuto “distacco”. Operette, forse, per chi è cieco alla condizione rivoluzionaria che esse presumono. Fogli di diario di un’autrice che ha rotto gli argini e si abbandona alla corrente di un fiume che la porterà, intuiamo, in territori inimmaginabili fino a poco tempo fa.

Il lavoro che, apparentemente molto diverso, ha fatto da ponte a questa nuova consapevolezza, è stata la serie precedente dei ritratti: volti più o meno noti nei vari campi dell’espressione artistica, dal teatro alla danza, dalla pittura alla fotografia. Lì la Centanni indagando la forza ed, insieme, la bellezza, di quei volti, e soprattutto l’espressività di quei corpi, stava interrogando il senso stesso dell’arte. E forse, senza esserne del tutto consapevole, il senso e quale direzione prendere nel suo stesso operare. Erano anni di dolore, di “distacchi” effettivi e non solo metaforici da ciò che era stato fino ad allora lo scopo della sua vita. E l’arte veniva in quel momento ad affermare ai suoi occhi non solo la sua capacità di espandere la personalità, i tratti salienti del carattere di un individuo, ma anche l’enorme sostegno che può dare nell’alleviare il peso dell’esistere. Dunque quei volti e quei corpi intendevano testimoniare le trasformazioni che l’arte, la poesia, avevano operato in loro. Volevano evidenziare come l’esprimersi artisticamente dia un senso compiuto alla vita. Più che celebrare Rosella stava insomma mandando messaggi a sé stessa per rompere gli indugi sul cosa fare nella vita, su quale cammino intraprendere. Quella fu la prima svolta: era tempo di andare oltre il fotografare per passatempo, il pennellare di colore la prosa della propria vita non bastava più. Era tempo di fare della fotografia l’interlocutrice affidabile dei cambiamenti che erano già in atto. […]

Eccoci ai “distacchi”. Più evidentemente trasparenti, meno filtrate, sono queste nuove forme di autoritratto che qui ci vengono offerte. Se è vero che il termine indica il separarsi dell’emulsione sensibile dal supporto d’origine, attuato da manipolazioni abili, delicatamente controllate, non va certo inteso metaforicamente, dato che queste immagini non ci rimandano a delle separazioni ma piuttosto a delle unioni in atto. Corpi, luoghi, oggetti si compenetrano sotto le mani abili dell’autrice. È al fondersi dei corpi in natura a cui Rosella tende, ed in questo suo delicato operare per avvolgere i suoi soggetti in un abbraccio unificante dimostra di aver inteso perfettamente il potenziale di questa tecnica recentemente appresa. Intitolandoli “respiri” l’autrice precisa senz’ombra di dubbio che, più che essere un normale filo emotivo quello che ricuce il tutto, c’è qualcosa di apertamente fisico, di corporeo, nei gesti manuali che danno vita a queste sue creature. Per una volta l’occhio è rimandato alla sua virtualità e dipende dal finissage sapiente delle mani. Il tocco sensuale si disperde nelle atmosfere oniriche com’è d’altronde ricorrente nel manifestarsi della sensualità femminile e come l’iconografia classica illustra. Il corpo, nel rivelarsi eroticamente, si avvale del filtro del sogno, del velo, dello sfumato della carezza cromatica.
“Respiri”, dunque, perché per una volta il rigido determinismo delle fotografie convenzionali – dominate da quella profondità di campo e da quel troppo pieno di dettagli entro cui è così difficile creare dei vuoti significanti – deve cedere il passo all’ariosità, alla leggerezza. Vien davvero voglia di toccarle queste piccole icone della fluidità, ripercorrerne con le dita le pieghe, le ondulazioni, i bordi scontornati. A loro Rosella ha affidato la narrazione di queste nuove pagine di una storia iniziata tanti anni fa e in cui oggi ha inciso la sua rinascita, come donna, come autrice.

di Iride Carucci

Chi ama la fotografia sa quanto ci si possa arrovellare sull’immagine che, forse come tutto nella vita, sfugge, a volte corpo imprevedibile e anguillesco.
Poi… il miracolo… la cattura è riuscita… e lì… un mondo.
Sguardi, questi di Rosella Centanni, leggeri e forti come parole che, senza la distrazione di alcun suono, prendono il cuore e vi sostano.
Immagini-parole di carne e Immagini-parole di carta. La grana della stampa accoglie con delicatezza e affetto. Testimonia.
Bambini, vecchi, donne; luci sfrangiate del tramonto estivo scivolano sulla pelle, o entrano stanche dentro gli sguardi.
Nella misura dell’obiettivo, con lo sguardo dentro lo sguardo, l’artista affonda nella vastità della vita interiore, difficile a dirsi, e la percorre con palpabile empatia e così, come sempre accade nella sua opera, le foto diventano foto dell’anima.
Credo che il segreto dell’abilità comunicativa della fotografa come persona e come artista stia anche in quella sua capacità di accogliere il mondo, di starlo a sentire, senza mai permettere al pregiudizio di sviare l’attenzione, di cancellare il rispetto dovuto agli altri, a chiunque altro.
Il rispetto, nelle immagini di Rosella Centanni, diventa parte di una cifra stilistica.
Respectus nel senso antico del termine: guardare indietro, rimettere a fuoco. Il secondo sguardo mai soddisfatto di un unico punto.
E nel “rispetto” vivono gli “Sguardi “ dell’artista, iconografie terse che, come tutto ciò che traspare, fanno vedere altro creando la visione.
Negli occhi dei bambini, dei vecchi, delle donne, l’osservatore è chiamato a cogliere quali altri sguardi nasconda uno sguardo e quali, uno spazio bianco.
Fotografare per Rosella Centanni, è anche una sorta di rinominazione del mondo; fare uscire dalla dimenticanza alcune sue parti e con passione raggiungere attraverso tutti i sensi l’osservatore, farlo meravigliare e dire “Come?… C’è anche questo?…”.
E i ritratti che ci vengono incontro, seducenti ed universali ci trascinano nell’ambivalenza dell’umano e ci interrogano sul sostanziale mistero di ogni vita.
Chiusi dentro un’esistenza prevedibile noi attraversiamo così altre esistenze, altri panorami, calzando altre scarpe, annusando altri odori, in un senza tempo.
Lì, davanti ai nostri occhi “Sguardi” respirano come alberi di bosco. Intonse foreste.

Al Passetto…
un lungo giorno d’estate

di Maria Grazia Maiorino

Eccitato e
dentellato di vele
è l’orizzonte

Nei nostri album le fotografie, destinate a confondersi con i ricordi, sono generalmente in posa. E sono ferme: a questa staticità forse non ci abitueremo mai del tutto e perciò un brivido segreto d’inquietudine aleggia anche nelle immagini più care, quasi il passato diventasse un terreno aldilà.
Le foto di Rosella sono, come lei, in movimento e catturano istante dopo istante la vita che anima un lungo giorno d’estate al Passetto: l’incrociarsi di sguardi innamorati, mani che si intrecciano a ciocche di capelli, ombrellini, borse, sandali, asciugamani, palloni colorati, un cappello romantico, il piacere spartano della lettura sotto il sole, l’adattarsi dei corpi, la maestà degli scogli, la sinuosità dunosa di una spalla. Instancabile, l’occhio della spettatrice si distacca per una volta da un mondo al quale sente di appartenere profondamente per ritrarlo attraverso la lente dell’affetto e dell’empatia.
Storie antiche e nuove potrebbero dipanarsi se usassimo le fotografie come carte di Propp. Ciascuna potrebbe dare inizio a una storia, anzi la storia è cominciata già guardando il mare dalla balaustra della scalinata, leggendo una scritta quando si scende, ascoltando che cosa si dicono mentre giocano a carte le donne raggruppate intorno al tavolino da picnic portato da casa…
Il clou dell’estate 2007 – se è anche un diario fotografico quello di cui si parla, datarlo ha la sua importanza – è la nuova “spiaggiola” costruita davanti allo stabilimento, accolta con entusiasmo dopo polemiche e ritardi. Il popolo del Passetto ci si è ritrovato, dai piccolissimi ai nonni, dai gruppi di ragazzi ai personaggi “storici” rimasti sempre fedeli ai loro scogli.
La quotidianità e la festa, la bellezza della falesia e l’operosità dei pescatori, l’inventiva di appendere, riciclare, colorare, così che le grotte diventano un mondo a sé, un antro di Alì Babà. Tutto appare in relazione, compresa la vela che passa in lontananza, e la nave diretta al porto, che si lascia vedere più vicina, come un enorme pesce comparso in superficie per non farci perdere la cognizione che sempre dell’immenso mare si tratta, anche se ci sembra di trovarci in un ambiente domestico e perfino cittadino. È un misto il Passetto, e questa è la sua forza, questo il suo fascino per anconetani e non: così vicino e così lontano, umanizzato e selvaggio, già a settembre e nelle successive stagioni, fino alla prossima estate, tornerà ad essere il regno appartato dei gabbiani.
Nel suo libro intitolato La camera chiara Roland Barthes avvicina la fotografia all’Haiku, una poesia brevissima: 17 sillabe divise in tre versi. Potremmo chiamarla un’istantanea del cuore. Infatti, soprattutto nella forma classica, che ha origine nell’antica tradizione giapponese, ritrae un’immagine in natura, colta nel momento in cui ci punge. Se funziona essa provoca una simile vibrazione nel lettore. Si tratta di “un’immobilità viva” e l’emozione è spesso trasmessa da un dettaglio. Per dirlo con le parole di Barthes, il particolare “non attesta obbligatoriamente l’arte del fotografo; dice solamente che il fotografo era là, oppure, più poveramente ancora, che non poteva non fotografare al contempo l’oggetto parziale e l’oggetto totale… La veggenza del fotografo non consiste tanto nel ‘vedere’ quanto piuttosto nel trovarsi là.”
Una chiave di lettura illuminante per gli scatti generosi che Rosella consegna al nostro sguardo, invitandoci a cercare scoprire valorizzare inventare condividere un mondo che rischiamo di non vedere più perché lo abbiamo continuamente sotto gli occhi. Mi sembra una bella lezione di umanità prima ancora che di fotografia.

Nello Yemen

di Antonio Luccarini

L’intenzionalità del viaggio rivelata da queste foto ”incantate”, non è tanto la volontà di ritrovare l’apparizione nuda di cose, persone, per cogliere una segreta verità, quanto di insistere su un meccanismo di occultamento e affascinazione per produrre, a partire da un esterno esotico e misterioso, racconti interiori. Le foto che ci giungono da questo Oriente – remoto più nel tempo che nello spazio – ci riportano a corpi e luoghi che “si danno a vedere“ solo per differire la verità, per moltiplicare i giochi di sguardi come fonti di ogni possibile racconto.

Con spontaneità, ma con il dono di un elaborato corredo luministico, queste foto, prima di tutto, ci restituiscono la vicenda di un’osservatrice, che compie movimenti di aggiramento intorno ad oggetti o persone per evitare all’occhio di cadere addosso alle cose: questo permette di evitare sia l’attaccamento alla mera superficie, sia la scoperta di una dolorosa insignificanza del mondo. Al contrario, si parte da un vestitino rosa indossato da una bimba per raccontare un probabile destino di mortificazioni; ancora, uno sguardo fiero di vecchia svela – ma mai fino in fondo – una vicenda di offese e una malcelata rabbia; una cascatella di luce che irrompe in una distesa di acqua verde “dice” il fiabesco e il portentoso che irrompono nel quotidiano. Vicende immaginate, con il loro carico pieno di realtà, ma mai la semplice cronaca, mai il diario, mai la Storia. Tutta l’operazione fotografica sembra voler produrre fenomeni di complessità attorno ai dati percettivi per rendere ogni cosa fonte di evocazione e mistero. Come per un processo analogico le pieghe del terreno, le insolite architetture, i tratti o le rughe di un viso giocano il ruolo di segni inediti, che chiedono di essere decifrati e interpretati.
Più che il resoconto di un viaggio, il documento vivo di un’esperienza, queste foto sembrano pagine di un racconto iniziato ma non concluso, proprio perché il fascino del raccontare è dato da una sorta di sospensione temporale, prodotta dall’incantamento di ciò che ha i tratti dell’inedito e dell’altrove.